HOARD di Luna Carmoon

 

E parliamo del fatto che Luna Carmoon con la sua opera prima e i suoi 27 anni vola a Venezia, selezionata nella Settimana della Critica.

E parliamo anche del fatto che la sua opera è folle, così come si presenta lei alla prima italiana, avvolta da un alone di timidezza che sembra quasi fuori posto nella standing ovation da quattro minuti, mentre lei, e negli abiti sgargianti, che sottolineano la personalità di un’autrice che non ha bisogno di stare nei binari e già ci si trova comoda al di fuori.

Luna Carmoon per la sua opera prima ha scelto di parlare di una famiglia disfunzionale e di un rapporto madre-figlia di fiducia, pazzia, irragionevolezza, dolore, perdita, amore, incapacità di relazionarsi e totale abbandono all’altro.

Ha scelto di omaggiare sua madre, che si intravede nell’ultimo fotogramma del suo film, una dedica potente che chiude la gola e fa intuire come, ancora una volta, parlare di sé in modo universale è la strada migliore per creare un’opera che vibri di emozioni.

C’è brutalità animale che arriva fino al disgusto, che scuote le viscere degli spettatori e delle spettatrici più normo-pensanti, e c’è la foga di capire sé stessa, di una ragazzina che da bambina si vede strappata la madre.

Maria, la protagonista ha imparato l’amore attraverso la follia. Non conoscendo ciò che la società chiama pazzo, aveva costruito il proprio metro di giudizio sulle manie della madre, una donna disturbata che prova per lei un attaccamento profondo e ancestrale, ma che le lascia spesso ferite emozionali e mancanze di bisogni primari.

Scivolando attraverso il tempo e l’attesa dai gradini di una scala, la bambina diventa ragazza. Quasi adulta, scopre un’altra forma di amore e la vive come ha imparato: con il seme della follia ereditato da sua madre.

Hoard è carnale fino a fare del male. È coraggioso e irriverente nel suo mettere in scena il primo orgasmo femminile raggiunto quasi per caso, dopo una lotta di corpi aggressiva fra la protagonista e il giovane suo amico che subisce il fascino dell’esotico di lei.

Ma Maria non è esotica, è solo senza mezze misure. Vive forte come le è stato insegnato, ignorando i limiti imposti dal concetto culturale e antiquato del decoro.

Come Bella di Poor Things, Maria è una dea, una divinità che fa ciò che vuole, si butta nelle sue paure, esplora la terra dove abita e il proprio corpo immergendoci mani, piedi e anima, tornando congelata e sporca, ma splendendo come un angelo della morte.

 

di Sabrina Scansani

 

Le parole di HOARD

CARNALITÀ EREDITÀ FOLLIA

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