POOR THINGS di Yorgos Lanthimos

Non c’era una persona, fra le tante intraviste e incontrate nelle strade serpeggianti delle sale di Venezia80, che ne parlava male.

Con il mio pass cultural, gentilmente offerto dall’associazione Fuorinorma di cui faccio parte, nel momento del caos della prenotazione dei film, ovviamente, non ero riuscita a prenotarlo.

Qualcosa però mi diceva che avrebbe vinto il Leone d’Oro, e così, appena si è sbloccata l’ultima tranche di prenotazione, mi sono accaparrata il biglietto per vedere il film vincitore di Venezia80.

Non mi ero sbagliata, Yorgos molto prevedibilmente, ha portato a casa la statuetta, offrendomi un comodo posto fra le poltrone della sfavillante Sala Darsena gremita di persone, l’ultima serata di festival.

Poor Things è un viaggio dell’eroina.

Dalla nascita all’adolescenza, all’età adulta della maturità, di una donna che scopre sé stessa e il mondo e non lo fa attraverso una storia, ma attraverso il più semplice meccanismo che accomuna tutti gli esseri viventi: l’istinto di sopravvivenza e conservazione.

Il volto di Emma Stone è una maschera di pura espressione umana: questo è un film che abbatte le barriere conosciute della società, distrugge le impalcature delle convenzioni sociali, dimentica i traumi generazionali, erge la protagonista a dea carnale che può e fa ciò che vuole con mente e corpo. Le sovrastrutture che la cultura e l’abitudine ci impone, si polverizzano.

Bella, la protagonista, dice ciò che prova, senza l’imbarazzo pre-generato tipico della civilizzazione. La parola è simultanea al pensiero, come nei bambini. Ne deriva un’opera potente, in cui chi guarda deve per forza chiedersi: ma davvero noi esseri umani ci rendiamo la vita tanto complicata?

Perché dobbiamo chiedere scusa di un’emozione provata? Perché dobbiamo provare vergogna di una pulsione sessuale? Perché sentiamo la costrizione nel sopprimere le nostre volontà più intime, non dettate dalla mente, ma dall’istinto?

Poor Things ridà dignità all’essere umano perché ricorda che siamo animali, solo “povere creature”, come il titolo tradotto in italiano indica. Fa pensare al fatto che il senso di colpa deriva soltanto da un’egocentrico ergersi sul piedistallo della disciplina. Il punto non è essere imperfetti, perché già questo termine rimanda alla mancanza di perfezione, ignobile obiettivo ideale e irraggiungibile tipico di ogni generazione. Il punto è essere, con i nostri pensieri, le nostre emozioni, ciò che ci rende vivi e diversi dalle pietre.

Lanthimos usa la carnalità e in particolare il sesso come strumento di potere femminile e usa i colori come rivalsa dalle linee guida che ci hanno insegnato a scuola. Il bianco e nero è ciò che era prima, il colore surreale è ciò che si può inventare, quando smettiamo di essere ciechi e iniziamo a usare un daltonismo sano, potente, frizzante, che profuma di esistenza.


di Sabrina Scansani

Le parole di POOR THINGS

SINESTESIA ORGASMO SURREALTÀ

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